Il nuovo spot Meta AI vuole vendere ottimismo. Lo ha raccontato TechCrunch il 23 luglio 2026: immagini in bianco e nero di persone che leggono titoli allarmanti sull’intelligenza artificiale, poi il colore che esplode su coppie che ballano, ragazzi che nuotano, amici che si abbracciano. Chiusura con la promessa “The future is for everyone”.
Un’operazione di fiducia da manuale, se non fosse per un dettaglio: la colonna sonora. Meta ha scelto Five Years di David Bowie. Una delle canzoni più celebri mai scritte sulla fine del mondo.
La struttura è quella classica del ribaltamento: prima la paura, poi la liberazione. Il messaggio dichiarato posiziona Meta dalla parte delle persone, in scia alle parole con cui Zuckerberg descrive da anni la missione dell’azienda, tra condivisione e connessione. Nessun prodotto in primo piano: lo spot vende una postura, non una funzione.
È pubblicità istituzionale nel senso pieno: serve a preparare il terreno culturale su cui poi atterreranno i prodotti AI dell’azienda, dagli assistenti agli occhiali smart.
Five Years apre Ziggy Stardust, l’album del 1972. La premessa narrativa del brano è nota a chiunque conosca Bowie: la Terra ha cinque anni di vita, e la canzone racconta il momento in cui l’umanità riceve la notizia. Non è un sottotesto nascosto: è il titolo, la trama, il motivo per cui il pezzo esiste.
Montare quella melodia sotto immagini di futuro radioso produce un cortocircuito che qualsiasi fan di Bowie, e chiunque abbia accesso a una ricerca web, coglie in dieci secondi. E infatti la stampa tech lo ha colto subito.
Perché la musica in uno spot non è un tappeto: è un significato preso in prestito. Quando un brand sceglie una canzone, ne compra tutto il bagaglio, testo compreso. Se il bagaglio contraddice il messaggio, il pubblico non sente più l’ottimismo: sente la dissonanza.
C’è un precedente illustre di segno opposto: decenni di spot che usano brani ironici o cupi in modo consapevole, proprio per giocare sul contrasto. Ma il gioco funziona solo se è dichiarato. Qui niente indica intenzione: tutto indica una scelta fatta per la melodia, senza leggere il resto.
Lo spot esiste per una ragione misurabile: secondo un sondaggio Pew citato da TechCrunch, solo il 16% degli americani crede che l’AI avrà un impatto positivo nei prossimi vent’anni. È il deficit di fiducia più grande che il settore tecnologico abbia mai dovuto colmare con la comunicazione.
La lettura giusta è questa: quando la sfiducia è all’84%, ogni dettaglio del messaggio viene processato come indizio. Un pubblico scettico non ti concede la buona fede; cerca conferme del proprio sospetto. E una canzone sull’apocalisse sotto uno spot sull’ottimismo è la conferma perfetta.
La due diligence culturale su una musica costa poco e si fa in tre passaggi: leggere il testo integrale, conoscere il contesto in cui il brano è nato, verificare come è già stato usato e percepito. Trenta minuti di lavoro che valgono quanto settimane di produzione.
Vale per la musica e per ogni citazione: meme, spezzoni di film, riferimenti pop. Il pubblico di oggi ha la cultura del riferimento e la usa come test di autenticità: chi cita a sproposito comunica di non conoscere ciò che sta usando. Per un brand che chiede fiducia, è il segnale peggiore possibile.
Paradossalmente, lo spot Meta AI ha funzionato: se ne parla. Ma la conversazione non è quella che Meta voleva aprire, e su un tema dove la fiducia parte dal 16%, regalare ironia ai propri scettici è un costo, non un investimento.
La morale per chi fa comunicazione è semplice e vale anche per i budget piccoli: prima di firmare un messaggio, ascolta tutto quello che il messaggio si porta dietro. Nel 2026 il pubblico lo farà comunque al posto tuo.
02 Agosto 2026